Così lontano così vicino: email e psicoterapia

Psychoanalysis_issue_1_(EC_Comics)_coverSono molte le domande che possono nascere da una riflessione epistemologica relativamente all’utilizzo dell’email nel contesto di un setting psicoterapeutico.

Quando il paziente scrive una email all’analista? Quale significato attribuirgli? Come deve rispondere l’analista? E’ davvero utile trattare la “email” come materiale d’analisi all’interno del luogo predisposto della terapia, alla stregua del classico sogno trascritto oppure in realtà, l’analista sta cercando di ricondurre sul terreno conosciuto e controllabile della propria competenza consolidata un evento che lo ha colto impreparato? Nel caso invece in cui lo psicoterapeuta decida di non rispondere alla email come reagirà il paziente?

E’ plausibile ad esempio che interpreti la non risposta come una disconferma immaginando di essere stato respinto per aver messo in atto un comportamento seduttivo, con tutte le implicazioni transferali che ne possono conseguire (ad esempio in termini di fantasie edipiche e angoscia di castrazione o d’onnipotenza, di controllo ecc.).

In effetti l’email potrebbe rappresentare anche una “seduzione”, termine etimologicamente connesso all’idea di sviare e distrarre, in questo senso, l’email del paziente rappresenterebbe l’agito collegato al desiderio di allontanare l’analista dalle regole, le convenzioni “istituzionalizzate” della relazione analitica (il setting cosidetto esterno) laddove, ad esempio, siano, piu’ o meno inconsciamente, vissute dal paziente come rappresentative dell’autorità e del potere di una figura paterna a cui si desidera strappare “l’analista-madre” per poterne ricevere, senza condizioni, l'”amore”. Si profilerebbe, in pratica, una riproposizione del triangolo edipico, le cui implicazioni tragressive emergerebbero anche nel desiderio di violare quella sacralita’ che il setting tradizionale, soprattutto quello considerato “puro”, puo’ evocare. Lo stesso tema (email e psicoterapia) puo’ essere proposto in una chiave kleiniana maggiormente generalizzabile: quella dell’invidia del seno, con conseguente introiezione della “email-parti dell’io” all’interno del “computer-analista-madre” per appropriarsi degli oggetti buoni che vi sono contenuti.

Dunque, in che modo gestire queste proiezioni, il transfert, il controtransfert, la necessita’ di stabilire dei confini? Come mantenere una certa neutralita’ senza sembrare punitivi o rifiutanti?
E, per quanto riguarda piu’ specificamente la teoria della tecnica, lo Psicoanalista deve continuare a comportarsi come tale con il paziente anche fuori il setting prestabilito dell’analisi? E, quindi, quali sono i reali confini del setting?

Altre domande, quindi, a testimonianza di quanto il tema non sia affatto banale, anche perche’ l’email, in particolare nel contesto Psicoterapeutico, ha una natura estremamente ambigua e ambivalente che deriva forse dal suo essere “transizionale” in molti modi; qualcosa a meta’, ad esempio, tra la parola scritta e parlata, tra il pensiero e l’azione, tra virtuale e reale, tra oggetto concreto e immateriale input elettronico, tra finzione e verità, tra interno ed esterno al luogo spazio-temporale della terapia.

Ma proprio questa ambiguita’ di fondo, questo essere in bilico sempre fra due possibilita’ che possono anche  essere contemporaneamente in contraddizione e pertanto offrire sempre differenti punti di vista, mi sembra facciano dell’email uno strumento da non sottovalutare e anzi da valorizzare. Infatti, se costruire insieme una rappresentazione alternativa dell’esperienza è spesso uno degli obiettivi del lavoro Psicoterapeutico, l’utilizzo della posta elettronica, esprimendo in qualche modo un nuovo “setting”, offre opportunita’ per essere che rivelano nuovi modelli di relazione, veicolanti aspetti delle personalita’ del paziente e dell’analista differenti da quelli emersi nella relazione terapeutica tradizionale; promuove, in sostanza, un”alterita” che forse piu’ che ridotta va in qualche modo protetta per sfruttarne quella carica perturbante che potrebbe tornare utile, tra l’altro, per vitalizzare o disincagliare il processo Psicoterapeutico dalle secche di una relazione bloccata.

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Quello che piu’ mi affascina, pero’, e’ la sovrapposizione e interazione di livelli interpretativi che emergono come se la email, nel contesto della Psicoterapia, fosse un caleidoscopio di significati che si possono ottenere e a cui dare un valore “trasformativo” soprattutto in virtu’ della possibilita’, che realizza, di guardare contemporaneamente dentro e fuori la stanza dell’analisi; di cambiare il vertice di osservazione permettendo un processo simile a quello teorizzato da Bion dell’oscillazione “Ps-D” ossia: un processo alternante di costruzione e decostruzione di una percezione e di una comprensione che genera nuova conoscenza.

I concetti di “livello logico” e “paradosso”, mutuati dall’approccio sistemico, possono essere d’aiuto per spiegare l’apparente contraddizione di uno strumento che se da un lato, tramite l’atto dello scrivere, facilita un’oggettivazione dell’emozione; un differimento dell’impulso e della soddisfazione del desiderio e quella tolleranza alla frustrazione che Bion considera generatrice di pensiero (desaturazione); dall’altro, all’interno della relazione analitica, rischia di assumere la forma di “agito” ossia un atto impulsivo che risponde ad un’esigenza di scarica emotiva e soddisfazione immediata di un desiderio inconscio. E’ chiaro che i termini di questa contraddizione non sono piu’ escludentisi se collocati su differenti livelli logici sicche’, in ultima analisi, i benefici dello scrivere (Pennebaker 1989), di quel raccontarsi che implica una scissione, funzionale al processo Psicoterapeutico, tra Io che sperimenta e Io che osserva e, consequenzialmente, l’assunzione di una posizione riflessiva e critica sulla propria esperienza (mentalizzazione), possono sommarsi ai benefici potenzialmente derivanti dall’interpretazione della email come acting, come richiesta di collusione, che invece fornisce informazioni preziose sullo “status quo” della relazione e sulle dinamiche di transfert e controtransfert, che in particolare investono il setting.

Se dovessi sintetizzare in una metafora penso si potrebbe paragonare l’utilita’ della email alla terapia a quella dello specchietto retrovisore di un’automobile, il quale porta allo sguardo del conducente (il terapeuta) la visione di uno spazio altrimenti difficilmente percepibile; tale visione puo’ porsi come contemporaneamente disponibile a quella diretta, connaturata alla posizione di guida (la visione condizionata dai ruoli) ed essere utile, ad esempio, per percepire a 360° la collocazione (il significato) del veicolo (la relazione analitica, la Psicoterapia) all’interno di quel setting piu’ vasto che e’ la vita di tutti i giorni.

berberi

BIBLIOGRAFIA

Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando Roma 1972;
Carli R. (1987) Psicologia clinica. Utet, Torino;
Lingiardi V., Gazzillo F. (2003) Quale setting per la posta elettronica? In Psicotech rivista n 2 Franco Angeli, Milano;
Neri C. Correale, A. Fadda P (a cura di) (1994) Letture Bioniane. Borla, Roma;
Pennebaker J. (1989), Stream of consciousness and stress: Levels of thinking, in J.S. Uleman – J.A. Bargh (a cura di), Unintended Thought, Guilford Press, New York;
Watzlawick P. Beavin J. H. Jackson D. (1967) Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio, Roma, 1971.

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