Cyber-spazio transizionale


transizionale1Il cyberspazio è il luogo o il “non luogo” (Augè 1993) creato dall’interconnesione mondiale dei new media, dove l’interazione fra esseri umani e “spazi” ossia identità, comunità, territorialità, sono attuati in forma digitale; una forma che conferisce il carattere plastico, fluido, calcolabile, modificabile in tempo reale, ipertestuale, interattivo e per concludere virtuale dell’informazione. Si parla di una nuova forma di comunicazione e di un nuovo spazio psichico, sociale e culturale ma anche della produzione di una “infosfera” (Levy 1997) che circonda il pianeta. Tramite il varco costituito dal monitor si entra quasi fisicamente in una nuova dimensione dell’esperire; la televisione o il cinema, invece, inducono l’ingresso nello schermo mediante identificazione con un attore od una attrice, un’ambiente, una storia da cui si è “posseduti”, tutto ciò rappresenta uno stimolo alla passività; il cyberspazio, invece, è una forma di comunicazione che presuppone un’azione, un’interattività. L’immersione nella virtualità cyberspaziale determina una dissociazione fra il mio corpo seduto alla “consolle” e il flusso di pensieri coscienti ed inconsci che guidano l’ indice sul mouse; la “freccia” che appare sullo schermo prolunga il mio corpo in uno spazio virtuale che è al di la dello schermo. La rete, dunque, permette di sperimentare distanze multiple consentendo di agire e di comunicare contemporaneamente qui ed altrove, in un luogo materiale nel quale si rimane nel proprio corpo ed in un luogo “magico” al di là dello schermo, nel quale si entra con una parte di sè, dove ci si può creare e comunicare con altri che stanno accedendo allo steso spazio virtuale oppure navigare senza meta andando alla deriva. Nel cyberspazio si possono fare delle ricerche come uno studioso nella biblioteca di Babele o si può diventare un altro: una donna, un vecchio, un bambino, un’eroe, un sadico; il desiderio diviene un impulso telefonico che viaggia nella “rete”. Tutto ciò, però, sembra implicare una trasformazione cognitiva, la cui comprensione richiede la totale revisione di un’idea gerarchica della mente dominante dall’alto il corpo, costruttrice di saperi che hanno al vertice le idee più generali e alla base i “dati” fenomenici; una mente immaginata saldamente dentro il corpo che invece ora si delocalizza ponendosi fuori dal corpo e che priva di un centro si riconosce e può essere rintracciata nelle operazioni che compie anzi, addirittura, questa “mente” fuori dal corpo mette in contatto persone che hanno un rapporto di comunicazione sensoriale pressoché nullo. La mente non è concentrata in una parte del sistema ma è distribuita nel sistema; viene dal basso e non dall’alto e inoltre non ha un corpo a cui affidare la funzione di contenere le immaginazioni. E’ come se si ripercorressero quelle stesse tappe fatte nei primi anni, se non giorni, della esistenza con la completa esclusione del corpo, limite e confine reale del sé. Il virtuale richiede solo un supporto esterno sul quale riprodurre le proiezioni delle proprie rappresentazioni. In termini psicoanalitici, pertanto, può essere visto come una sorta di ‘‘spazio transizionale”, un’estensione del mondo psichico individuale, una zona intermedia tra il sè e il non-sè che diventa il terreno ideale per l’espressione di fantasie inconsce.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Bibliografia

Auge M. (1993) Non luoghi Eleuthera, Milano

Levy P. (1997) Il virtuale Raffaello Cortina Editore, Milano

Precedente Le origini del Cyberspazio Successivo Apprendere a Scuola: educare alla relazione