La consistenza del Sè

In natura la materia passa da uno stato solido a liquido proporzionalmente all’indebolimento dei legami molecolari. I differenti stati della materia, dunque, sono caratterizzati da un differente livello di coerenza interna e stabilità della forma.
Possiamo immaginare, metaforicamente, una ipotetica “materia egoica” organizzarsi secondo principi simili sicchè, evolutivamente, il passaggio da uno stato “liquido” a solido del Sè avverrebbe proporzionalmente all’ aumento della coesione egoica.
Ne deriva che un Sè liquido non ha forma propria e stabilità di rappresentazione è piuttosto definibile come un agglomerato di parti solo debolmente connesse; in questa condizione è presumibile che esso avverta fortemente, in termini di “conosciuto non pensato” direbbe Bollas (1995), la necessità di un ambiente o “oggetto” di tipo contenitivo (convergente) a cui letteralmente aderire, un ambiente che lo accolga e che gli dia forma contrastando una primitiva angoscia terrifica di dispersione in uno spazio infinito.
La posizione predominante in questo stato dovrebbe corrispondere a quella che Ogden chiama “contiguo-autistica” associata ad un prevalenza di processi difensivi chiamati da Meltzer (1981) identificativo-adesivi.
Uno stato del sè solido invece che costruisce l’esperienza da una posizione depressiva, dotato di forte coerenza interna e stabilità, di efficienza simbolica; è in grado di riconoscere ed accettare “l’alterità” e l’indipendenza dell’oggetto; possiede uno spazio mentale di rappresentazione dell’assenza e interpreta il mondo sulla base del “principio di realtà”.
Essendo capace di simbolizzare una sua identità costante, tende ad interagire non con ambienti “contenitori” che lo accolgano e gli diano un senso anche epidermico di limite e di identità ma con ambienti-“contenuto” divergenti; caratterizzati da modificabilità, apertura, variabilità e imprevedibilità.
La propensione è, dunque, prevalentemente esplorativa, “bioniamente” “saturativa” di uno spazio -K di conoscenza.
Una volta “solidificatosi”, quindi, il Sè può diventare esso stesso contenitore ed attualizzare “l’idioma introiettivo” che fa da sfondo all’apprendimento esperenziale.
Si intuisce, insomma, che ad ogni stato del Sé o posizione corrisponde la ricerca di un ambiente-oggetto complementare, per cui un Sè liquido necessità di un “ambiente-oggetto convergente” che lo contenga e gli dia forma; che possegga ritmicità, prevedibilità, coerenza e stabilità, oltre che confini sicuri: il cui prototipo è la “reverie ” di una madre “sufficientemente buona”, nella fase maggiormente simbiotica dell’accudimento o, nell’esperienza psicoterapeutica, un setting supportivamente strutturato ed empatico dove la relazione affettiva, il sostegno, il contenimento dell’angosce e delle identificazioni proiettive o adesive sono fondamentali e l’attività interpretativa passa in secondo piano, quando non risulti addirittura dannosa per il suo potere destrutturante.
Un ambiente fluido invece o “ambiente-oggetto divergente”per essere complementare ad un Sè “solido” metacognitivamente attrezzato e orientato verso l’apprendimento e l’autoriflessività, deve essere non rigido nè ripetitivo ma caleidoscopico, versatile, stimolante; uno “spazio potenziale” di sperimentazione e di “gioco”, di conoscenza e creazione; psicoterapeuticamente identificabile con un setting prevalentemente espressivo-interpretativo finalizzato all’esplorazione delle potenzialità e dei significati.
Semplificando un Sè “liquido” in ambiente divergente organizza l’esperienza prevalentemente in modo contiguo autistico e reagisce al terrore primitivo di una dissoluzione ricercando uno spazio strutturato e confini sensoriali continui e prevedibili.
un Sè “solido” o “depressivo” in ambiente “convergente” prova un senso di imprigionamento e di sterilità ; pertanto ricerca spazi esperenziali destrutturabili e dai confini ampi e variabili.
In base a tale schema si può inferire, ad esempio, che un “Se liquido”, immerso in un “ambiente divergente”, possa reagire difensivamente al rischio di dissoluzione anche con un ritiro autistico in quello che Steiner chiama “rifugio della mente” cioè: costruisce internamente “un’ambiente contenitore” strutturante e prevedibile; organizza un sistema difensivo particolarmente rigido volto ad evitare il contatto con la realtà: “il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa” (Steiner 1993 p.20).
Il contenimento contiguo autistico, in tali casi, potrebbe costituire una delle funzioni difensive più primitive del rifugio che, dunque, possiamo rappresentarci come una corazza in grado di svolgere almeno due funzioni correlate, ossia: proteggere un sé fragile dalla relazione, dalla fusione, dagli attacchi di una realtà non controllabile in modo onnipotente e, contemporaneamente, dare il senso di un contenimento, di un luogo protetto e protettivo, che conferisce forma e solidità alla “materia egoica” reattivamente ad un senso di disgregazione; d’altronde Steiner in riferimento alla pulsione di morte freudiana afferma: “c’è qualcosa di mortale e autodistruttivo nella costituzione del soggetto qualcosa che ne minaccia l’integrita se non adeguatamente contenuto. A mio avviso le organizzazioni difensive servono a legare, neutralizzare e controllare la distruttività di tipo primitivo quale che ne sia l’origine e sono una caratteristica universale della costituzione difensiva di tutti gli individui”(Steiner 1993 p. 21)
Tale distruttività di tipo primitivo potrebbe essere, però, piuttosto che una forza, una energia negativa, una pulsione distuttiva; semplicemente il segno, la cicatrice psichica di una parziale indifferenziazione del sé, una sorta di “ombra del non-oggetto” anzi del “non soggetto”, che interferisce con i processi esperenziali, e condiziona la qualità dei meccanismi difensivi.

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