L’assenza che non c’è: spazio-tempo e rappresentazione dell’oggetto

paradosso-spazio-temporaleLa teoria della relatività ha dimostrato che la nostra percezione ordinaria della realtà, caratterizzata dall’indipendenza delle dimensioni spazio e tempo è illusoria: il prodotto di processi mentali funzionali alla costruzione di una rappresentazione del reale fondata su criteri di ordine prevedibilità e controllo.

Gli studi di Einstein hanno aperto nuove porte anche nel campo della ricerca psicologica e psicoanalitica. Il modello teorico di Ogden (nota 1), relativo ai processi di costruzione dell’esperienza soggettiva, può aiutarci a comprendere come concetti spazio-temporalmente significanti e significati, siano diversamente rappresentabili nel contesto di livelli differenti di complessità dell’organizzazione psichica.

in quest’ottica esperienze come assenza, cambiamento di stato o di forma, ambivalenza di un oggetto sono concepibili solo nel contesto dell’organizzazione psichica di un Sé “depressivamente” in grado di riconoscere l’identicità nella differenza, ossia l’identità dell’oggetto nelle diverse espressioni temporalmente dislocate. Questo in virtù di una capacità, prima inesistente nella posizione contiguo autistica e schizoparanoide, di storicizzarsi in uno spazio e in un tempo misurabili. Una volta dotatosi di una propria pelle psichica e della capacità simbolica, in pratica, il Sé può “oggettivarsi” e “soggettivarsi”, essere autoriflessivo, rappresentarsi nello spazio e contemporaneamente nel tempo, strutturare una memoria attraverso cui percepirsi identico in unità di tempo differenti.

“Nella modalità depressiva– dice Ogden – si è radicati in una storia creata attraverso l’interpretazione del proprio passato e sebbene le proprie interpretazioni del passato siano soggette ad evolversi (e la storia sia quindi in perenne evoluzione e trasformazione), il passato è avvertito come immutabile” (Ogden 1989). Differenza e identicità in una coscienza o stato di coscienza “tridimensionalizzata” da una “mentalità” temporale e spaziale insieme diventano, quindi, modi di essere non escludentisi.

L’”oggetto” e il Sè possono allora essere concepiti unici e differenti contemporaneamente, ossia, identici nella “sostanza” anche se diversi nella “forma”, viceversa è ipotizzabile che tale rappresentazione integrativa di due differenti codifiche della realtà (nota 2 ) sia preclusa ad una mente che funziona solo “bidimensionalmente”; una mente che, all’interno di uno spazio psichico senza tempo (o uno spazio-tempo quadridimensionale), comprime qualsiasi evento su un piano sincronico di presenza infinita in modo che, mancando la possibilità di un confronto diacronico, l’evento stesso non può essere riconosciuto e classificato ma solo conosciuto sensorialmente in un perenne “qui e ora”.

In pratica, la capacità di ordinare anche temporalmente gli eventi impone una “forma nuova” alla conoscenza, trasformando lo spazio mentale presimbolico in un “luogo” in grado di contenere anzi “comprendere” gli stessi elementi secondo una diversa complessità. In questo modo l’assenza, ad esempio, in quanto significazione di una particolare relazione tra passato e presente (tra un prima di presenza e un dopo di non presenza dello stesso oggetto) non può essere rappresentata ma solo esperita, sensorialmente, sulla pelle nella modalità contiguo autistica o esperita nello spazio, come presenza concreta di un oggetto frustrante, nella modalità schizoparanoide: il seno assente diventa il seno cattivo kleiniano che coesiste nello spazio con il seno buono presente.

A questo livello d’organizzazione psichica, in sintesi, perdita equivale sempre a separazione nello spazio e, in generale, qualsiasi trasformazione, qualsiasi cambiamento di stato o di forma non può essere percepito come tale pertanto quelle che, “depressivamente”, sarebbero state rappresentate come qualità diverse di un oggetto identico che si manifestano in unità di tempo separate, diventano qualità di oggetti diversi spazialmente separati. Si può notare che le rappresentazioni schizoparanoidi dell’assenza e dell’ambivalenza sono state presentate non come risultato di un’attività difensiva di scissione volta ad evitare l’esperienza intollerabile di amare e odiare lo stesso oggetto, (quell’ambivalenza intollerabile perché oltre il controllo narcisistico) ma come trasformazioni obbligate di esperienze inconcepibili ad un determinato livello di organizzazione psichica.

Quante volte abbiamo chiamato scissione una non ancora avvenuta differenziazione o integrazione? Questo uso improprio del termine scissione non é forse un uso indebito di un modello adultomorfo?” (Imbasciati) si chiede Imbasciati nel suo articolo su inconscio e simbolopoiesi. In realtà l’intento è proporre un punto di vista alternativo perchè credo che “junghianamente” si possa e si debba evitare l’“unilateralizzazione” di un singolo “vertice” teorico per trovare “la struttura che connette” (Bateson 1984) diversi ambiti di sapere.

NOTE:
1 Nel suo libro il limite primigenio dell’esperienza Ogden indaga l’ipotesi che “l’esperienza umana sia il prodotto dell’interazione dialettica fra tre diverse modalità generatrici dell’esperienza stessa: la modalità depressiva, la schizoparanoide, la contiguo autistica” ciascuna con forme di simbolizzazione, metodi di difesa qualità di referenza oggettuale e grado di soggettività diverse anche se sistemicamente interdipendenti nella creazione di una matrice di significato dell’esperienza in cui prevale ora una ora un’altra modalità o posizione psicologica. Ogden specifica che allo stesso modo in cui il concetto di coscienza non ha senso se si astrae dal concetto di inconscio così nessuna modalità generatrice di esperienza esiste isolatamente e in modo indipendente dalle altre: ciascuna rappresenta il contesto negativo dell’altra

Correlate, presumibilmente, a due diverse modalità di processamento dell’informazione (lineare e non lineare in parallelo e sequenziale simmetrico e asimmetrico ecc

trauma

BIBLIOGRAFIA

Bateson G. (1984) Mente e natura Adelphi, Milano

Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza Tr.it. Armando, Roma 1972.

Bion W. (1963) Gli elementi della psicoanalisi Tr. It Armando, Roma 1979

Imbasciati A. Origini e costruzione dei processi di simbolizzazione: Inconscio e simbolopoiesi in www.psychomedia.it

Jaines J (1976) Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Trad. it. 1984 Adelphi, Milano

Ogden T.H. (1989), Il limite primigenio dell’esperienza. Tr.it. Astrolabio, Roma, 1992.

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