Storia della Psicologia in Italia: 1900-1920, Luci e ombre (parte 1)

Abbiamo visto che il percorso della neonata psicologia scientifica italiana risulta ostacolato, in origine, da una serie di difficoltà e problemi di ordine economico, politico, culturale.  tali da indurne una sorta di complesso del “brutto anatroccolo” sia nei confronti delle altre discipline in patria, che nei confronti delle altre scuole psicologiche in campo internazionale. Gli storici, tuttavia, sono concordi nell’individuare, già negli ultimi anni dell’ottocento, segnali di una relativa riscossa: inizia, infatti, parallelamente allo sviluppo industriale ed economico, una fase di “decollo” ed “affermazione” testimoniata dal funzionamento di un numero sempre maggiore di laboratori di psicologia all’interno di università di filosofia, medicina e antropologia (ricordiamo gli psicologi De Sarlo a Firenze, Kiesow a Torino, Corleo a Palermo ecc.) e da un forte incremento della produzione psicologica in italiano.

In questa fase il 1905 rappresenta un anno fondamentale, vi avvengono almeno tre eventi particolarmente significativi:
 L’istituzione, per volere del ministro dell’istruzione Bianchi, di tre cattedre di psicologia a Roma, Napoli e Torino affidate rispettivamente a De Sanctis, Colucci e Kiesow.
 La nascita, grazie a Giulio Cesare Ferrari, della prima rivista italiana specificamente psicologica: la rivista di psicologia, che legherà da lì a pochi anni le sue sorti a quelle della SIPS di cui è, ancora oggi, organo ufficiale
 Lo svolgimento a Roma del 5° congresso internazionale di psicologia, presieduto da Sergi e Sante de Sanctis , evento che rappresenta un importante attestato di stima della comunità internazionale per la ricerca psicologica italiana.
In realtà “non è tutto oro quello che luccica”: i problemi che hanno caratterizzato la prima fase della psicologia italiana seppur attenuati persistono. In fondo, a ben vedere, gli unici grandi centri, in cui la ricerca è integrata e al passo con gli altri paesi, sono quello di Torino, sviluppatosi intorno al laboratorio diretto da Federico Kiesow e, dopo la prima guerra mondiale, quello di Padova diretto da Vittorio Benussi.
Di lì a poco fosche nubi tornano ad addensarsi all’orizzonte: la classe dirigente, interessata ad allargare il consenso tra le masse contadine e la piccola borghesia, tradizionalmente moderate e cattoliche, sposa l’idealismo di Croce e l’attualismo di Gentile. Nella società italiana si verifica un ritorno all’antiscientismo, all’irrazionale a discapito del positivismo ancora radicato nella comunità scientifica; forti dell’appoggio politico, che diventa incondizionato durante il fascismo, i neoidealisti e gli attualisti attaccano anche da posizioni istituzionali la psicologia ritenuta pseudoscienza (vedi la già citata riforma Gentile del 1923) ed, in genere, hanno vita facile nella loro azione poiché dall’altra parte non trovano l’opposizione corporativa di chi si riconosce in un ruolo e un’identità forte e coerente. In tal senso la SIP (che diventerà SIPS nel 1960 e SIPs nel 1976): prima associazione ufficiale di psicologi in Italia, fondata nel 1910 a Firenze per iniziativa di Giulio Cesare Ferrari, svolge sicuramente una funzione importante e positiva (organizzò due congressi nazionali già prima del 1915) seppure non sufficiente a salvare la psicologia italiana da una crisi alimentata, anche intestinamente, dall’inasprirsi dello scontro tra sostenitori di una psicologia sperimentale e biologica (De Sanctis, Kiesow, Colucci ecc…) e sostenitori di una psicologia filosofica (De Sarlo, Aliotta, Gemelli ecc…).
E’ necessario chiarire però che quest’ultima poco ha a che fare con la vecchia psicologia puramente astratta e speculativa, in realtà non si tratta neanche di una vera scuola o corrente di pensiero che abbia raggiunto una certa sistematicità; bensì di una prospettiva, un punto di vista che accomuna, trasversalmente, studiosi di formazione diversa nella volontà di difendere l’autonomia e l’identità della psicologia anche fuori le ristrette mura dei laboratori, cercando una strada alternativa sia al riduzionismo scientista; sia alla speculazione astratta priva di riscontri sperimentali; una via di mezzo insomma tra questi due estremi, che valorizzi la componente umanistica e, pur non potendo prescindere da considerazioni di ordine filosofico, riporta al centro dell’indagine psicologica il pensiero, la coscienza, i processi superiori (Cfr Sava G. 2000).
Colui che, maggiormente, sostiene e promuove il progetto di una psicologia non subalterna sebbene legata alla filosofia è, indubbiamente, Francesco De Sarlo: personalità di rilievo sia perché fonda a Firenze uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale in Italia; sia perché autore di una rielaborazione originale del rapporto tra conoscenza scientifica e indagine filosofica in chiave psicologica.
Profondamente influenzato dalla “fenomenologia” di Brentano, De Sarlo fa del concetto brentaniano di “intenzionalità”, l’architrave della sua riflessione teoretica sul valore gnoseologico della psicologia, scrive De Sarlo (1903):

“L’esperienza psichica diretta rappresenta il solo mezzo cha noi abbiamo per arrivare al fondo della realtà” e poi: “Una nuova psicologia ha la sua ragione in se stessa, avendo per oggetto quella peculiare forma di esperienza che è l’esperienza interna”

 

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